Lo smaltimento dei rifiuti

La gestione integrata

In accordo al D.Lgs. 152/06, il termine gestione include tutte le attività di raccolta, trasporto, recupero e smaltimento dei rifiuti, mentre il termine gestione integrata indica il complesso delle attività volte ad ottimizzare tale gestione. Un sistema di gestione integrata costituisce la trasposizione pratica dei principi fissati dalla Normativa Italiana e dalle Direttive Europee. Gli aspetti che devono essere considerati nella pianificazione corretta di un sistema di gestione integrata sono diversi e tutti concorrono alla scelta della soluzione più idonea per il recupero e lo smaltimento dei rifiuti prodotti nella situazione in esame.

Il riciclo

Con il termine riciclo, si intende l’insieme delle operazioni, strategie e metodologie, volte al recupero dei materiali e alla riduzione dei quantitativi di rifiuti inviati a discarica e incenerimento. L’uomo è sempre stato abituato a recuperare i propri beni o a riciclare i propri rifiuti fino alla rivoluzione industriale. A partire da quel momento, la massiccia produzione di beni di consumo e la grande disponibilità di risorse non poneva più, nell’uomo moderno, la necessità di dover dare una seconda vita ai propri rifiuti. Tutto ciò iniziò a cambiare dagli anni ’70, quando i costi dell’energia e la consapevolezza di vivere in un pianeta non infinito e con risorse limitate, spinsero a prendere provvedimenti per ridurre la pressione dell’impatto umano. Come già visto, le direttive europee e la normativa italiana indicano la prevenzione e la riduzione a monte come le prime scelte praticabili nell’ambito della gestione dei rifiuti (gerarchia dei rifiuti). Se questo non fosse possibile, seguono le misure di preparazione al riutilizzo del rifiuto e, successivamente, le misure di riciclo. Solo alcuni rifiuti di specifiche categorie materiali possono essere riciclati.

L'incenerimento

L’incenerimento con recupero di energia (o termovalorizzazione) è un’altra soluzione per smaltire i rifiuti e consiste nella loro combustione, al fine di:

  • ridurre in peso e in volume il materiale;
  • ossidare completamente i rifiuti in CO2 e H2O;
  • recuperare il contenuto energetico del rifiuto;
  • sterilizzare i residui

I rifiuti che vengono prodotti nelle nostre case hanno caratteristiche tali per cui non è necessario altro combustibile per alimentare gli inceneritori. Cosa succede ai rifiuti durante il processo di termodistruzione? La combustione dei rifiuti determina: la produzione di un effluente gassoso che può contenere diossine, furani, particolato fine; la formazione delle ceneri; il calore sviluppato durante la combustione dei rifiuti può essere recuperato e utilizzato per produrre vapore, poi utilizzato per la produzione di energia elettrica o come vettore di calore (ad esempio per il teleriscaldamento). Il carbonio, l’idrogeno e lo zolfo contenuti nei rifiuti vengono ossidati e formano CO2, H2O e SO2. L’umidità contenuta nei rifiuti viene trasformata in vapore acqueo, mentre la presenza di alogeni (Cl, F, Br) e azoto produce rispettivamente sostanze acide e ossidi di azoto (NOx). Infine, i metalli possono subire fenomeni di volatilizzazione e gli inerti divengono scorie.

La discarica

La discarica controllata prevede la disposizione in strati (abbancamento), continuamente e progressivamente compattati per garantirne la stabilità, dei rifiuti sul terreno in modo sistematico e accuratamente monitorato, al fine di ridurre al minimo il rischio di impatti negativi sull’ambiente e sulle persone nondimeno, sia durante la fase di gestione (il ciclo di vita dell’impianto durante il quale vengono conferiti i rifiuti) sia durante la fase di post gestione (periodo successivo alla chiusura ai conferimenti dell’impianto stesso) il bacino di discarica è conformato, anche paesaggisticamente, all’area di riferimento. La discarica può essere suddivisa in tre comparti: una massa interna, che costituisce il comparto di maggiori dimensioni dove avviene la degradazione dei rifiuti putrescibili in assenza di ossigeno (degradazione anaerobica con formazione di biogas); uno strato superficiale di interfaccia tra la massa solida e aria (superficie scoperta); il percolato, un liquido prodotto dalla lisciviazione delle acque piovane ricadenti sui rifiuti e dall’umidità degli stessi.

Raccolta differenziata

Il riciclo dei materiali

Con il TUA (Testo Unico Ambientale), la raccolta differenziata fa ormai parte delle nostre pratiche quotidiane. La raccolta differenziata è il processo di separazione domestico dei rifiuti, cioè la raccolta in cui un flusso di rifiuti è tenuto separato in base al tipo ed alla natura dei rifiuti al fine di facilitarne il trattamento specifico. I materiali che vengono raccolti separatamente, sono: carta, vetro, plastica, alluminio, legno, frazione umida o organico, rifiuti elettronici (RAEE) e rifiuti ingombranti, rifiuto indifferenziato (non altrimenti recuperabile).

La carta rappresenta uno dei materiali con il maggior tasso di riciclo nel nostro paese. La raccolta è estesa a tutti i tipi di carta, inclusa la carta da disegno, per usi grafici, per fotocopie e giornali, cartoni e sacchetti di carta. Non deve essere invece conferito nella raccolta differenziata la carta sporca (come il cartone della pizza, ad esempio) in quanto possono inquinare e contaminare la carta effettivamente riciclabile. Il consorzio di aziende che si occupa della raccolta e gestione di tali imballaggi si chiama Comieco (Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Celulosica). Fino agli anni ’90, in Italia venivano importate grandi quantità di materiale vergine dal Nord Europa per approvvigionare la propria industria cartaria mentre, attualmente, l’Italia è un paese esportatore di carta e cartone riciclato. Il riciclo della carta parte dalla separazione dei diversi tipi di carta e cartone che arrivano agli stabilimenti predisposti: imballaggi, scarti di cartone, carta mista. Dopodiché la carta viene spappolata in un apposito macchinario, denominato pulper, contenente acqua vagliata per rimuovere i contaminanti e infine vengono eliminati la colla e l’inchiostro in essa contenuti. Successivamente si passa alla miscelazione della pasta ottenuta con materia prima vergine. Infatti, il processo indebolisce le fibre di cellulosa che costituiscono la carta, rendendole “corte” ed è necessario prevedere un quantitativo aggiuntivo di materia prima vergine, al fine di ottenere le stesse prestazioni del prodotto di partenza. Questa degradazione si verifica a ogni turno di riciclo a cui viene sottoposto il materiale ed è stato riscontrato che il numero di turni massimo in cui la carta può essere riciclato è di 4. Il risparmio in termini di materiali ed energia è notevole: riciclando la carta si ottiene un risparmio energetico del 30%, un risparmio d’acqua del 50% e un risparmio di materiale del 100% visto che nessun albero verrà tagliato! Inoltre, il processo di sbiancamento della carta da materiale vergine richiede spesso l’utilizzo di composti chimici, come il cloro, che possono essere particolarmente inquinanti per l’ambiente. Secondo Comieco, ben 1,31 ton CO2eq vengono evitate per ogni tonnellata di carta riciclata. Il riciclo della carta rappresenta quindi un doppio vantaggio per il nostro paese: dal punto di vista economico si riducono le importazioni di materia prima vergine e si riduce la quantità di materiale inviato a smaltimento, dal punto di vista ambientale si ottiene un notevole risparmio di energia, acqua e materie prime.

Fragile ed eterno al tempo stesso, il vetro è uno dei materiali più interessanti dal punto di vista del riciclo. Grazie alle sue proprietà fisiche e meccaniche, è un materiale che non viene degradato qualitativamente durante il processo di riciclo e può essere riutilizzato un numero pressoché infinito di volte. Una bottiglia che viene rifusa nel forno di una vetreria dà luogo a un’altra bottiglia, con le stesse qualità della precedente; questa riciclabilità totale permette un notevole risparmio energetico nella fase di fusione. Il vetro raccolto viene sottoposto a una prima cernita per la rimozione dei materiali inquinanti, alla frantumazione e alla rimozione di eventuali corpi metallici e a un’ultima separazione manuale che toglie i residui di ceramica e metalli ancora presenti. Il materiale ottenuto viene detto rottame di vetro pronto al forno. A questo punto si passa con le fasi di produzione del vetro che prevedono: miscelazione di sabbia (silice) con calcare, soda e additivi più una percentuale variabile di rottame di vetro (fino al 90%). I materiali vengono cotti in forni speciali fino a 1.500°C per raggiungere la fusione. La massa vetrosa ottenuta viene inviata alle macchine dove, tramite soffiatura in stampi appositi, viene trasformata in un nuovo contenitore. L’uso del rottame di vetro richiede una temperatura di fusione più bassa rispetto al materiale vergine e produce meno emissioni atmosferiche. Occorre 1 kg di rottame di vetro per ottenere 1 kg di prodotto nuovo. Il risparmio energetico e di materiale è quindi molto significativo, pari al 25-30% e 100% rispettivamente, mentre le emissioni di CO2 eq sono ridotte del 40%.

Guardandoci intorno, possiamo notare che molti degli oggetti quotidiani che ci circondano sono realizzati in un materiale estremamente versatile, leggero e anche economico: la plastica. Lo spazzolino, la cover del cellulare, penne e pennarelli, molti componenti di computer e televisione, tutti questi oggetti e molti altri ne contengono almeno un pò. Ma di plastica non ne esiste una sola. Se ci pensiamo bene, gli oggetti realizzati in questo materiale sono molto diversi tra loro, basta confrontare un sacchetto della spesa col flacone del detersivo per notare subito molte differenze. Con il termine plastica infatti vengono solitamente raggruppate diverse famiglie di polimeri, ovvero lunghe catene di molecole dall’alto peso molecolare e costituite da un gran numero di gruppi molecolari derivanti dalla raffinazione del petrolio e contenenti carbonio, idrogeno, ossigeno e cloro. Ogni tipo di plastica corrisponde a un diverso materiale con caratteristiche fisiche, chimiche e meccaniche specifiche. Questa eterogeneità implica processi di riciclo diversi a secondo del polimero o della famiglia di polimeri trattata, per cui in questo caso non si può parlare genericamente di riciclo della plastica, perché in realtà di plastiche ne esistono tante. Le più comuni e più diffuse, nell’esperienza di consumo quotidiana, si dividono in due grandi gruppi: le termoplastiche, le quali si ammorbidiscono con il calore e ritornano dure se raffreddate, e le termoindurenti le quali si solidificano in modo irreversibile se esposte al calore. Le resine termoplastiche sono le più semplici da riciclare e tra queste le categorie più comuni nel nostro quotidiano sono:

  • PE: polietilene, con cui generalmente si realizzano sacchetti, bottiglie, flaconi, pellicole, ecc., secondo il tipo di lavorazione a cui viene sottoposto;
  • PP: polipropilene, usato per una grande quantità di oggetti diversi, dalle vaschette per alimenti ai mobili da giardino
  • PVC: polivinilcloruro, per vaschette, film, tubi
  • PET: polietileneteraftalato, utilizzato per bottiglie per bibite e acqua minerale, fibre sintetiche
  • PS: polistirene, più conosciuto come polistirolo si usa principalmente per tappi, piatti, posate e vaschette per alimenti

Il procedimento di riciclo può essere sia di tipo meccanico (più comune), che chimico. Innanzitutto, nel caso del riciclo meccanico, il materiale raccolto durante la raccolta differenziata deve essere selezionato, in modo da individuare ed eliminare sostanze estranee e per separare i diversi tipi di imballaggi sia per polimero, che per colore (dove possibile). Per garantire rese elevate, la selezione dei diversi materiali plastici è fondamentale. Il materiale vagliato viene quindi inviato alla linea di riciclaggio dove viene sottoposto a triturazione, lavaggio, macinazione, essiccamento e infine granulazione, la fase finale in cui si ottengono granuli o scaglie utilizzabili negli impianti di trasformazione. Il riciclo chimico invece viene applicato a livello industriale e mira a rompere la macromolecola del polimero nelle sue unità più semplici di partenza (i monomeri), da utilizzare come nuove materie prime. I granuli e le scaglie sono utilizzabili per diversi usi a seconda del polimero di partenza: ad esempio dalle bottiglie in PET si possono realizzare fibre e materiali tessili (come le coperte di pile), dal PE flaconi e contenitori, dal PVC tubazioni per gli scarichi fognari, materiale elettrico. In Italia è possibile eseguire la raccolta differenziata solo per gli imballaggi in plastica, per la quale è comunque alta la percentuale di recupero. Inoltre, a differenza della carta e del vetro, per la plastica si può prevedere anche il recupero energetico (ricordiamoci che la plastica deriva dal petrolio!), dato che il suo potere calorifico inferiore, ovvero la quantità di calore liberata durante la combustione, è tale da giustificare tale opzione (30-35 MJ/kg), opzione che in Italia interessa il 33% circa degli imballaggi recuperati. Quanto risparmiamo riciclando correttamente la plastica? Il risparmio energetico è alto, dal 40 al 90%, con una media del 50%; mentre il risparmio di materia è addirittura del 100%! Se evitiamo di inviare la plastica in discarica e la ricicliamo correttamente, evitiamo l’emissione di 1,39 kg CO2 eq per kg di plastica, contribuendo così a contrastare l’aumento delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera.

Un materiale meno comune nella nostra raccolta differenziata quotidiana, ma di non minore importanza rispetto agli altri, è il legno. Il legno, come la plastica, non ha sempre le stesse caratteristiche: ne esistono infatti moltissime tipologie, che vengono utilizzate in modo differente a seconda delle peculiarità. In ogni caso, riciclare il legno è fondamentale per due motivi: in primo luogo, si conservano le risorse naturali, dato che recuperando materia si possono tagliare meno alberi; in secondo luogo, evitando di inviare il legno in discarica si risparmia l’emissione in atmosfera di metano e anidride carbonica, i quali sono gas climalteranti. Per quanto riguarda la raccolta differenziata domestica, i rifiuti in legno riguardano principalmente mobili, arredi, porte, infissi e ingombranti vari, mentre gli imballaggi di legno sono presenti in quantità irrisorie e includono cassette per prodotti ortofrutticoli, cassette di pregio per vini, liquori e distillati, piccole cassette per formaggi e tappi in sughero, occasionalmente pallet. Per questo motivo, i materiali in legno seguono un circuito separato e vengono ritirati localmente previo accordo con il consorzio incaricato, Rilegno, oppure conferiti personalmente presso centri di raccolta posti a servizio dei cittadini. Tutto il legno può essere riciclato e la materia risultante è di buona qualità. I rifiuti legnosi raccolti vengono prevalentemente sottoposti a riciclo meccanico: il materiale proveniente dalle piattaforme viene selezionato e ripulito da corpi estranei (metalli, carta, plastiche varie, inerti), successivamente viene triturato in piccole scaglie pronte all’uso (chips). Queste scaglie, dopo un processo di essiccazione necessario per contenere i livelli di umidità, vengono poi pressate, assieme a colle a bassissimo contenuto di formaldeide, per realizzare dei pannelli truciolari, dalle stesse caratteristiche di quelli nuovi e usati per la produzione di mobili, complementi d’arredo e rivestimenti per interni ed esterni di abitazioni e uffici. Il 95% dei rifiuti in legno segue questo destino. Le rimanenti quantità vengono utilizzate per la produzione di pasta cellulosica per le cartiere oppure vengono sottoposte a trattamenti che le rendono idonee all’utilizzo come materia prima per la realizzazione di blocchi in legno-cemento per applicazioni nella bioedilizia. Una piccola parte può essere utilizzata presso impianti di compostaggio per la produzione di compost o terriccio (concime) per il commercio su vasta scala. Infine, il rifiuto può essere trasformato attraverso vari processi in combustibile solido per gli impianti di incenerimento oppure per impianti dedicati alla combustione delle biomasse atti alla produzione di calore ed energia. Un ulteriore percorso di rigenerazione è previsto per i pallet (bancali), che possono essere ripartiti e reimmessi nei circuiti di consumo.

Leggero e versatile, durevole e facilmente lavorabile, l’alluminio è un metallo dalle eccezionali caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto non solo alla produzione delle lattine, ma anche di componenti per auto e prodotti per l’edilizia. Riciclare l’alluminio è fondamentale perché la sua produzione da materia vergine è un processo particolarmente oneroso dal punto di vista materiale ed energetico: esso infatti si ricava dalla bauxite, una roccia sedimentaria, e sono necessari ben 4t di bauxite e 14 MWh di energia elettrica per ricavare 1 sola tonnellata di alluminio. Ma cosa succede alle nostre lattine dopo averle gettate nel sacco della raccolta differenziata, insieme alla plastica o al vetro? La raccolta dell’alluminio viene generalmente eseguita come raccolta multimateriale, ovvero insieme ad altri tipi di materiali come la plastica e il vetro, per ridurre i costi della raccolta stessa. Primo passo del recupero è la separazione delle lattine dagli altri imballaggi, quindi queste vengono frantumate e separate da eventuali residui ferrosi. Dopodiché le lattine subiscono un trattamento a 500°C al fine di rimuovere vernici e altre sostanze aderenti, infine fuse a 800°C per produrre nuovi materiali. Tra i vantaggi del riciclo dell’alluminio ritroviamo (come per il vetro) la mancanza di scadimenti qualitativi durante il processo, proprietà che permette a questo materiale di essere riciclato infinite volte, un notevole risparmio di energia (il risparmio di energia elettrica è circa il 95%), dato il processo particolarmente energivoro di lavorazione della bauxite, e di materiale. Possibile è anche il recupero energetico: la polvere e i fogli di alluminio, infatti, possono essere assimilati ai combustibili e, se scaldato fino a 850°C, 1 kg di alluminio rilascia 31 MJ di energia, la stessa energia liberata da 1 kg di carbone. In tal modo, il risparmio di energia e di risorse è altissimo: 95% di energia risparmiata e 100% di materiale.

Sotto l’acronimo RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) si raggruppano tutti quei rifiuti diversi tra loro per composizione, modo di utilizzo e caratteristiche, ma tutti afferenti ai dispositivi elettronici, ovvero i dispositivi che utilizzano energia elettrica per il loro funzionamento. I RAEE possono essere di due tipi, domestici e professionali, e vengono suddivisi in 10 categorie:

  • Grandi elettrodomestici
  • Piccoli elettrodomestici
  • Apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni
  • Apparecchiature di consumo (elettronica di consumo)
  • Apparecchiature di illuminazione
  • Utensili elettrici ed elettronici
  • Giocattoli e apparecchiature per il tempo libero e lo sport
  • Dispositivi medici
  • Strumenti di monitoraggio e di controllo
  • Distributori automatici

In questi rifiuti è possibile trovare molte sostanze e materiali diversi, come plastica, metalli (anche pregiati), sostanze chimiche, ecc. e per questo motivo il loro corretto smaltimento e riciclo è piuttosto oneroso. Fino a poco tempo fa questi rifiuti venivano erroneamente smaltiti in discarica, con potenziali gravi rischi per la salute e per l’ambiente. Per evitare tali rischi, l’Unione Europea, e di conseguenza i Paesi membri, hanno promulgato una serie di misure per la corretta gestione di questi rifiuti. Come funziona il riciclo di materiali tanto speciali? Le fasi che seguono i RAEE sono 4: raccolta differenziata, messa in sicurezza, trattamento e recupero. La raccolta differenziata dei RAEE domestici avviene da parte dell’utilizzatore finale, che in questo caso non è sempre il consumatore, ma può essere anche un rivenditore o la stessa azienda che si incaricano di provvedervi. Per i cittadini vengono solitamente messi a disposizione dei centri di raccolta o un servizio di ritiro a domicilio, in alternativa al ritiro porta a porta. I RAEE professionali vengono raccolti direttamente presso l’azienda, ente o impianto. I RAEE depositati vengono presi in carico e messi in sicurezza. Questo perché spesso i RAEE contengono sostanze nocive che devono essere separate preliminarmente al trattamento e rimosso per agevolare il riciclo dei materiali. I rifiuti vengono sottoposti a linee di produzione inverse, che li disassemblano e trasformano per recuperare le materie prime che possono essere riutilizzate in nuovi cicli produttivi. Conferendo una lampadina nel modo corretto risparmiamo circa 0,08 kWh di energia e 0,04 kg di CO2, pari a un’automobile che percorre 300 m. Sembra poco, ma pensate a tutte le lampadine sostituite ogni giorno in Italia! Secondo dati europei, nel 2006 erano attive 5,1 miliardi di lampadine nelle famiglie europee, quindi una corretta gestione porterebbe a un risparmio di ben 393 GWh di energia e 204 kton di CO2. E con i cellulari cosa succede? Il risparmio è ancora più alto: 1,3 kWh di energia risparmiata e 0,2 kg di emissioni di CO2 evitate!

Cosa succede a una buccia di banana dopo che l’abbiamo gettata? Se volessimo fare un esperimento e la lasciassimo in un giardino, noteremmo che nel giro di breve tempo la buccia si trasformerebbe fino a scomparire del tutto o quasi, lasciando al suo posto una nuova sostanza organica che sarà gradualmente assorbita dal terreno. Ciò succede perché la banana è un rifiuto organico ed è biodegradabile, come gli avanzi alimentari da cucina e gli sfalci verdi, e quindi viene facilmente decomposto e trasformato dai batteri saprofiti. Quindi è possibile recuperare anche i rifiuti organici. Come? I rifiuti organici possono essere trasformati in biogas mediante il processo di digestione anaerobica per la produzione di combustibile e/o energia elettrica e termica, oppure i rifiuti organici vengono trasformati tramite un trattamento biologico, il compostaggio, al fine di recuperare il materiale organico in essi presente e ottenere un nuovo materiale denominato compost. Il compost non è un fertilizzante, ma viene definito ammendante organico, perché apporta sostanza organica e nutrienti al terreno (azoto, fosforo e potassio), permettendo un minor uso di concimi chimici. Il processo prevede la decomposizione della sostanza organica in condizione aerobiche, ad opera di microrganismi; ovvero in presenza di ossigeno, ottenendo come prodotti principali della reazione compost, CO2, acqua e calore. Si tratta di un fenomeno naturale che viene forzato tramite insufflazione di aria e rivoltamento periodico del materiale, al fine di accelerarlo. I tempi di produzione del compost variano in funzione del materiale o del periodo dell’anno, indicativamente da 2 a 6 mesi. I microrganismi sono i principali fautori del processo, sono molti e di diversi ceppi (batteri, funghi, alghe, protozoi, ecc.) e di solito sono naturalmente presenti in misura sufficiente negli scarti; è importante ricordare che questi microrganismi devono essere posti nelle condizioni ottimali perché possano svolgere correttamente la loro funzione. Pertanto, durante la produzione del compost, è importante prestare attenzione ad alcuni parametri: ossigeno e sufficiente porosità del materiale, per garantirne la circolazione, il giusto grado di umidità e il corretto rapporto tra carbonio e azoto. I materiali di partenza che devono essere utilizzati, in accordo con la normativa, sono: la frazione organica dei RSU, raccolta separatamente; rifiuti vegetali di coltivazioni agricole; segatura, trucioli, frammenti di legno; reflui zootecnici; carta e cartone (in piccole quantità); fanghi di depurazione, reflui civili e scarti di legno non impegnato e non trattato. Assolutamente vietati i rifiuti pericolosi e i materiali che hanno subito trattamenti chimici e, infine, gli inerti, che ostacolerebbero il processo di degradazione. Infatti, è molto importante che il compost non contenga sostanze inquinanti, metalli pesanti e agenti patogeni. Durante il processo di compostaggio i materiali sono opportunamente miscelati per ottenere un rapporto C/N (Carbonio/Azoto) ottimale, ad esempio i materiali umidi contengono un rapporto C/N basso, mentre i materiali secchi che agiscono come strutturanti hanno un rapporto alto. Vengono identificate due fasi principali nel compostaggio: una prima fase di biossidazione accelerata (ACT, active composting time), dove i rifiuti sono fortemente putrescibili, il processo metabolico è molto veloce e consuma fortemente ossigeno; una seconda fase di maturazione, dove il processo metabolico subisce un rallentamento e il consumo di ossigeno è ridotto e, infine, eventuali pre-trattamenti o post-trattamenti di raffinazione. In funzione della qualità del materiale gli utilizzi sono diversi: fertilizzazione del terreno in copertura (miscelato con letame), pacciamatura, terreno di ricopertura delle discariche, ecc. Il compostaggio può essere praticato sia a livello domestico, con i piccoli volumi della propria raccolta dell’umido più altri materiali selezionati, oppure a livello industriale in cui vengono usati grandi volumi e tutti i parametrici fisici e chimici sono opportunamente monitorati al fine di ottenere un compost di qualità che possa essere rivenduto sul mercato. Il compostaggio domestico può essere facilmente realizzato con compostiere di diversa capienza (da 30 a 60 L solitamente) agevolmente reperibili in commercio. Il trattamento della frazione organica dei rifiuti prodotta nell’ambito di territori vasti è solitamente effettuato in impianti centralizzati privati e/o pubblici.

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